Sono numerose le segnalazioni giunte al Centro di Studio per la Difesa del Malato (www.difesamalato.it che riguardano non solo la Provincia di Treviso ma anche altre aree del Paese. In una segnalazione che proviene dalla Lombardia, addirittura, una paziente ha segnalato di aver subito lesioni dovute allo schiacciamento eccessivo della mammella durante l’esame; pur segnalando il dolore, la paziente riferisce di essere stata trattata con poca cortesia, e liquidata rapidamente, in ragione della necessità di procedere nella lista degli esami, nonostante lamentasse un forte dolore e si reggesse a fatica in piedi. Ha subito lesioni che sono state verificate nel corso di successivi accertamenti presso il Pronto Soccorso ed ora, dopo aver scritto alla direzione sanitaria del rispettivo ospedale e non aver ricevuto alcuna forma di risposta ha deciso di interessare la Procura della Repubblica del competente Tribunale depositando, con l’aiuto del Centro di Studio, un esposto e riservandosi di chiedere il danno. Ma le segnalazioni riguardano anche il trevigiano ove una paziente, per esempio, ha segnalato il diniego giuntole dalla direzione sanitaria relativo alla richiesta di ottenere il reperto iconografico (la fotografia dell’esame) insieme al referto. Tale diniego è stato motivato, e la risposta è a dir poco sorprendente, sostenendo che, in regime di screening mammografico, non esisterebbe il dovere, da parte dell’Ulss, di consegnare alla paziente oltre al referto dell’esame anche la relativa lastra come se, viene da dire, il diritto del paziente di entrare in possesso, sempre e comunque, dell’integrale documentazione medica che lo riguardi, meritassero di risultare affievoliti in determinate condizioni quali quelle, che ci interessano, dello screening mammografico. Una tale affermazione, oltre che essere contraria, come detto, alle norme deontologiche ed al codice civile, sembra fondarsi su un deprecabile presupposto secondo il quale lo screening mammografico, essendo una sorta di “regalo”del quale viene beneficiata la cittadinanza a costo zero, non potrebbe garantire le stesse qualità della prestazione che diversamente, in contesti diversi dallo screening, e a pagamento, dovrebbero pur essere offerte. Viene da chiedersi, obiettivamente, come possa tale ragionamento sottendere il diniego da parte della direzione sanitaria tenuto conto che l’ingente quantitativo di denaro del quale le unità sanitarie vengono beneficiate per eseguire lo screening è frutto del prelevamento, dalle tasche dei cittadini, proprio del loro denaro e quindi, a ben vedere, riguarda tutto fuorché un regalo; semmai è un “prestito” che abbiamo fatto allo Stato e che ci viene restituito in modo precario se si dovesse mai avallare tale tesi. Ma ne sapremo di più poiché l’esposto è stato inviato anche al Ministero della Salute dal quale attendiamo risposta. [2]), sezione dell’Unione Nazionale Consumatori specializzata nella difesa del malato,